Costruzione dell’immagine della fine

Lo spettatore e il rito in scena che lo rende partecipe

Sara Leghissa e Francesa De Isabella, ideatrici del progetto di ricerca teatrale Strasse (2009), in occasione della terza edizione della rassegna APACHE del Teatro Litta hanno realizzato e messo in scena (28 aprile – 1 maggio) Costruzione dell’immagine della fine, un progetto site-specific incentrato sulla rappresentazione del momento meno considerato di un rituale, nello specifico una festa, ovvero la sua conclusione. Come luogo dello spettacolo è stata scelta la Cavallerizza, una sala situata nel cortile interno del Teatro Litta; questa, un tempo scuderia del palazzo Arese Litta, è stata recentemente dotata di un palco e di postazioni ed è a tutti gli effetti la seconda sala del teatro.
È la prima volta che Strasse, ideato l’intenzione di spostare il linguaggio e la pratica teatrale direttamente nel contesto urbano, si avvale di uno spazio «“chiuso”», come sottolineato con tanto di virgolette nella presentazione online dello spettacolo. Questo dettaglio, per lo più ignorato da chi legge per la prima volta il comunicato, è decisamente significativo, in quanto dà avvio ad un processo di disorientamento dello spettatore e di scardinamento della sua figura che non verrà ricomposto nemmeno a spettacolo concluso; il pubblico ha dunque un ruolo centrale nella rappresentazione, tanto da poter esserne considerato il vero protagonista, già prima che gli attori facciano la loro comparsa.
Arrivati a teatro, gli spettatori sono invitati ad attendere nel primo cortile interno del Teatro Litta che la maschera di sala contatti con una telefonata gli attori, avvertendoli che il pubblico si è riunito e che è dunque possibile cominciare la rappresentazione. Una volta giunti davanti alla Cavallerizza, si comprende il vero significato del virgolettato; infatti la sala, con dentro gli attori, è chiusa e dal suo interno provengono voci, musica e rumori di danze, mentre all’esterno, lungo le parete dell’edificio di fronte alla Cavallerizza, sono collocate due file di sedie di plastica, tante quanti sono gli spettatori.
Per circa sette minuti il pubblico non può fare altro se non guardarsi intorno o cercare di figurarsi cosa stia realmente accadendo dentro la sala, dal momento che questa rimane chiusa. Si crea così una situazione per cui lo spettatore, pur essendogli preclusa la scena, viene indotto a prendere attivamente parte agli eventi, e bastano gli sguardi scambiati con il resto del pubblico, ritrovandosi incluso in uno spazio di cui vorrebbe appropriarsi, perdendone però progressivamente il controllo.
Il fatto che gli attori, uscendo dalla sala, non degnino del minimo sguardo il pubblico può essere erroneamente considerato segno della definitiva estromissione dello stesso dalla scena, quando in realtà si configura come momento centrale del processo di coinvolgimento per cui lo spettatore viene trascinato a forza all’interno della finzione teatrale. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto è fondamentale la figura del tecnico di sala, che fa la sua comparsa quando se ne sono andati tutti gli attori, perché ricopre il ruolo di narratore onnisciente e quasi onnipotente; infatti non solo ricapitola tutti gli avvenimenti svoltisi fino a quel momento in scena e fuori dalla scena (esordisce proprio facendo riferimento alla telefonata della maschera di sala), ma introduce e anticipa tutti i fatti che accadranno in scena da quel momento in poi.

COSTRUZIONE-DELLIMMAGINE

Il narratore, dopo aver dato alcune brevi indicazioni all’ultimo attore rimasto in scena, che viene presto invitato ad andarsene, si rivolge freddamente verso il pubblico, lo invita ad alzarsi e dopo poco tempo ad andarsene. L’incredulità è talmente tanta che lo spettatore non riesce a convincersi della reale conclusione dello spettacolo, di cui è diventato a pieno diritto partecipe e al contempo attore in scena. Ed ecco dunque svelarsi la finalità dello spettacolo: rendere nuovamente percepibile la conclusione di un qualsiasi evento, che appunto è la parte solitamente meno considerata, fino a creare nello spettatore un morboso attaccamento nei confronti della stessa.
Difatti sembra che gli attori siano elementi concorrenti ma non accessori dello spazio scenico, a formare un ambiente simbiotico in cui gli spettatori, non protetti dal buio del teatro, sono costretti, anche solamente attraverso un inevitabile gioco di sguardi, ad agire e di conseguenza divengono, pure a spettacolo concluso, veri protagonisti dello stesso.
Un aspetto certamente interessante della rappresentazione è proprio l’evidente scardinamento e decostruzione della figura dello spettatore, che perde completamente controllo del suo ruolo all’interno dello spettacolo, tanto da ritrovarsi osservato, mentre sta attraversando il cortile interno per uscire, da tutti gli attori seduti lungo una fila di sedie. Tuttavia, ciò che forse dà maggior valore allo spettacolo è il meccanismo di scambio di ruoli tra attore e spettatore, che addirittura arriva ad insinuare in quest’ultimo il sospetto che tra il pubblico vi siano degli attori, o comunque persone già informate dei fatti che accadranno in scena. Anche le dure critiche avanzate da qualcuno del pubblico mentre, increduli, si aspettava nel cortile l’agognato ritorno degli attori e la ripresa dello spettacolo, potrebbero essere parte della finzione scenica. Potrebbe addirittura esservi un unico spettatore.
Si lascia il teatro, che è diventato scena ovunque sia passato lo spettatore, quasi portando con sé quel sentimento di stravolta partecipazione ad una conclusione che forse, ogni volta che ritorna alla mente, si estende e coinvolge nuovamente chi ne ha memoria.

Enrico Arduini

 

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